«Economia circolare» è diventata un’espressione da convegno. In una fattoria, però, ha un significato molto concreto e molto antico: non buttare via niente perché ogni cosa serve a qualcos’altro.
Ecco come funziona da noi, passaggio per passaggio.
Il problema di partenza
Una fattoria con 640 bovini e un caseificio produce ogni giorno due tipi di materiale che, gestiti male, sono un peso: il letame delle stalle e il siero residuo della caseificazione.
Il letame è un rifiuto ingombrante e, se stoccato senza criterio, inquinante. Il siero è un liquido ricco di sostanze organiche che non può essere semplicemente scaricato. Per molti allevamenti sono costi. Per noi sono l’inizio del ciclo.
Il biogas: il cuore del sistema
Letame e siero vengono convogliati in un impianto di digestione anaerobica. In assenza di ossigeno, i batteri decompongono la materia organica producendo due cose.
La prima è il biogas: una miscela ricca di metano che viene bruciata per produrre energia elettrica e termica. Energia che alimenta le attività dell’azienda, caseificio compreso.
La seconda è il digestato: il materiale residuo della digestione, stabilizzato e privo di odori aggressivi, che è un ottimo fertilizzante naturale. Torna sui campi.
I campi chiudono il cerchio
Quei campi — oltre 200 ettari coltivati in regime biologico — producono il foraggio con cui alimentiamo i bovini. Gli stessi bovini che danno il latte e il letame da cui è partita la storia.
Il cerchio si chiude. Non è una metafora di comunicazione: è la struttura fisica dell’azienda.
Il ciclo in cinque passaggi: campi biologici → foraggio → bovini → latte e letame → caseificio e biogas → energia e fertilizzante → campi biologici.
Il sole fa il resto
Nel 2013 abbiamo installato un impianto fotovoltaico da 200 kilowatt. In poco più di dieci anni ha prodotto circa 1,6 gigawattora di energia rinnovabile.
Tradotto in emissioni evitate: oltre 2.400 tonnellate di anidride carbonica non immesse in atmosfera. Per dare una misura comprensibile, è l’equivalente di quanto assorbirebbero 208 ettari di foresta in undici anni.
Considerando l’insieme delle aziende agricole dell’Opera di Padre Pio, la produzione da fonti rinnovabili supera 1.147.000 chilowattora l’anno, con una riduzione annua di circa 608 tonnellate di CO₂.
Perché lo facciamo
Sarebbe comodo dire che è una scelta ecologica. In parte lo è. Ma la ragione più profonda è un’altra.
Questa fattoria è nata nel 1956 per volontà di un uomo che era figlio di contadini e che voleva alimenti sani per i malati del suo ospedale. Nella cultura contadina da cui veniva, sprecare era semplicemente impensabile — non per motivi ambientali, ma perché non ci si poteva permettere di farlo.
Quella mentalità è rimasta. Oggi la chiamiamo sostenibilità e la misuriamo in tonnellate di CO₂ evitate, ma la logica è la stessa di settant’anni fa: usare bene quello che si ha.
Cosa cambia per chi compra
Concretamente, poco e molto insieme.
Poco, perché il gusto di una mozzarella non dipende dal biogas. Molto, perché un’azienda che controlla tutta la filiera — dal seme nel campo al confezionamento — può garantire cosa mangiano i suoi animali e come viene trattato il suo latte.
La sostenibilità, in una fattoria, non è un reparto separato. È il modo in cui tutto il resto sta insieme.